
10 Luglio 2026
Piano Individuale Pensionistico (PIP): costi e quando conviene
Se hai chiesto in banca o in assicurazione come integrare la pensione, ti avranno proposto un Piano Individuale Pensionistico (PIP). I numeri COVIP dicono una cosa precisa: è mediamente la forma di previdenza complementare più cara, con costi del 2,17% l’anno contro lo 0,49% dei fondi di categoria.
Prima di firmarne uno, o di liquidare quello che hai, conviene capire come funziona, quanto pesa quel numero e in quali casi ha davvero senso.
Cos’è un Piano Individuale Pensionistico e come funziona

Il PIP è una forma di previdenza complementare a base individuale, costruita dentro un contratto di assicurazione sulla vita (D.Lgs. 252/2005). In pratica: una polizza vita con le regole e i vantaggi fiscali della previdenza complementare. Possono aderire tutti: dipendenti, autonomi e partite IVA, anche chi non lavora. In cambio, il datore di lavoro di norma non versa nulla.
Capire come funzionano le polizze vita aiuta a leggere il contratto: il motore finanziario è lo stesso, in due varianti. Nel ramo I i versamenti confluiscono in una gestione separata, una gestione assicurativa prudente che consolida ogni anno i risultati raggiunti.
Nel ramo III (unit-linked) la posizione è collegata a fondi di investimento: potenziale più alto, nessuna garanzia, il rischio di mercato resta a te.
Esistono anche PIP misti, con una quota su ciascun motore.
Sui PIP vigilano due autorità: la COVIP per trasparenza e regole previdenziali, l’IVASS per la solidità della compagnia. I PIP “nuovi”, gli unici sottoscrivibili oggi, sono iscritti all’Albo COVIP (71 piani a fine 2025, fonte: COVIP). Quelli “vecchi”, ante riforma 2005, non accolgono nuove adesioni.
COSA NON FA UN PIP
- Non riceve il contributo del datore di lavoro: nel PIP versi solo tu
- Non è un fondo pensione: è un contratto assicurativo individuale (con doppia vigilanza COVIP e IVASS)
- Non garantisce il capitale di per sé: la garanzia esiste solo nel ramo I, va letta nel contratto e ha un costo
- Non è la scelta più economica: è mediamente la forma di previdenza complementare più cara
Quanto costa davvero un PIP?

Il costo di un PIP si legge in un numero: l’ISC (Indicatore Sintetico dei Costi), cioè quanto i costi pesano ogni anno sulla tua posizione, calcolato dalla COVIP su ipotesi standard uguali per tutte le forme. A 10 anni l’ISC medio dei PIP è il più alto delle tre forme (fonte: COVIP, Comparatore dei costi):
ISC MEDIO A 10 ANNI PER FORMA PENSIONISTICA (COVIP)
| Forma | ISC medio a 10 anni | Costo annuo su 50.000 € |
|---|---|---|
| Fondo pensione negoziale (di categoria) | 0,49% | 245 € |
| Fondo pensione aperto | 1,35% | 675 € |
| PIP | 2,17% | 1.085 € |
Fonte: COVIP, Comparatore dei costi. Metodologia ISC: versamento 2.500 € l'anno, rendimento 4%. Costo annuo su 50.000 €: esempio illustrativo (calcolo nostro sull'ISC medio).
Da dove nasce la differenza? Dalla distribuzione: il PIP si compra da una rete di vendita e le provvigioni di chi lo colloca si riflettono nell’ISC. Tradotto: 4,4 volte il costo di un fondo di categoria, 840 euro di differenza ogni anno su una posizione da 50.000 euro (esempio illustrativo sull’ISC medio).
Su orizzonti lunghi l’ISC scende (i costi fissi si diluiscono): a 35 anni vale in media 0,36% per i negoziali, 1,23% per gli aperti, 1,82% per i PIP. L’ordine però non cambia e l’effetto cumulato pesa. Con 200 euro al mese per 35 anni, a un rendimento lordo del 4% (84.000 euro versati), un fondo di categoria arriva a circa 169.000 euro.
Un fondo aperto a circa 141.500.
Un PIP a circa 125.900: quasi 43.000 euro in meno a parità di versamenti, circa un quarto del montante (esempio illustrativo su parametri COVIP, calcolo nostro).
Su un orizzonte previdenziale il costo è una variabile che decide il risultato, alla pari del rendimento.
Fiscalità e novità 2026: cosa cambia per chi ha un PIP
La fiscalità del PIP è identica a quella di fondo negoziale e fondo aperto: quello che cambia, tra le tre forme, è il costo. Il PIP rientra nelle regole comuni della pensione integrativa. I contributi sono deducibili fino a 5.300 euro l’anno dal 2026 (una parte di ciò che versi torna in minori imposte).
I rendimenti sono tassati al 20% (per la parte investita in titoli di Stato l’imposta scende al 12,5%), mentre un investimento ordinario paga il 26%.
In uscita si parte da un’aliquota del 15%, che cala ogni anno oltre il quindicesimo di iscrizione fino al 9%. Si aggiunge l’esenzione dal bollo (lo 0,2% annuo dei normali depositi titoli).
Dal 1° luglio 2026 cambiano le prestazioni, per i PIP nuovi come per le altre forme a contribuzione definita. Al momento della pensione la quota prelevabile in capitale resta al massimo il 50% del montante (il totale accumulato): l’aumento al 60% annunciato dalla legge di bilancio non è mai entrato in vigore (art. 16-ter, legge 112/2026).
Accanto alla rendita vitalizia arrivano la rendita a durata definita e i prelievi liberamente determinabili.
Dal 31 ottobre 2026 si aggiunge l’erogazione frazionata su almeno 5 anni, che sconta però un’aliquota meno favorevole (dal 20%, riducibile fino al 15%).
Le nuove opzioni sono alternative tra loro e, una volta avviata l’erogazione, la scelta è irrevocabile (istruzioni COVIP di giugno 2026): un motivo in più per decidere con calma.
A chi conviene un PIP (e a chi no)?

Sottoscrivere un PIP in agenzia, sulla fiducia, è normale: è il prodotto previdenziale che ti viene incontro, non quello che devi cercare. Proprio per questo merita un confronto prima della firma.
Un PIP può avere senso se:
- non hai un fondo di categoria (autonomi, partite IVA, dipendenti senza fondo contrattuale) e cerchi il profilo prudente del ramo I
- sei vicino alla pensione o molto avverso al rischio: una garanzia sul capitale può valere il suo costo (il contratto dice quale garanzia è e quanto costa)
- ti servono le opzioni assicurative del contratto, come la designazione libera dei beneficiari o coperture caso morte integrate
Di norma non conviene se:
- hai un fondo di categoria con il contributo del datore: è un vantaggio che il PIP non prevede in nessun caso
- l’alternativa è un fondo pensione aperto: a parità di comparto costa circa la metà
- punti su linee azionarie (ramo III) di lungo periodo: l’ISC alto erode proprio il rendimento che cerchi
Se stai scegliendo tra le tre forme, il confronto tra fondo di categoria, fondo aperto e PIP si decide su tre numeri: contributo del datore, ISC, comparto.
Resta un paradosso: i PIP raccolgono più risorse dei fondi aperti (58,6 miliardi di euro contro 42,5, fonte: COVIP, dicembre 2025) pur costando in media di più.
La diffusione misura la forza delle reti di vendita, non la convenienza del prodotto.
La scelta si fa sui numeri, non in agenzia
Il PIP è una polizza previdenziale: fiscalità agevolata identica alle altre forme, accesso aperto a tutti, costi mediamente più alti. Ha senso quando accessibilità o garanzia del ramo I valgono il prezzo, non quando è solo il primo prodotto proposto.
Se ne hai già uno, il punto di partenza è la scheda costi: l’ISC del tuo piano è scritto lì.
AVVERTENZE
Gli ISC citati sono medie COVIP soggette ad aggiornamento: il costo del tuo PIP va letto nella scheda costi del contratto. Gli esempi numerici sono illustrativi, non previsioni di rendimento. Prima di chiudere o trasferire una posizione valuta condizioni, garanzie e fiscalità del tuo caso: una scelta previdenziale merita tempo e numeri alla mano.
Domande frequenti
A cura di Andrea Ballantini, Consulente Finanziario Indipendente iscritto all’Albo OCF con matricola: 627138
