
13 Ottobre 2026
Deficit commerciale record USA: cosa rischia il dollaro?
Se ci fermiamo al titolo sensazionalistico da telegiornale, la risposta sembra ovvia. Se invece facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro nel suo complesso, la situazione è decisamente più articolata.
Il deficit aumenta, vero. Ma attenzione a come leggiamo questi numeri.
Secondo i dati pubblicati dal Bureau of Economic Analysis (BEA) il 6 ottobre, nell’agosto 2026 il disavanzo commerciale statunitense di beni e servizi è salito a 105,6 miliardi di dollari, contro i 92,8 miliardi di luglio: un aumento mensile del 13,7%. Si tratta del livello più elevato da marzo 2025.

Il grafico permette di contestualizzare il dato di agosto e osservare come il disavanzo si sia mosso nel tempo. Un singolo mese, infatti, non basta per stabilire se siamo di fronte a un cambiamento strutturale.
C’è un altro dato da non trascurare: nei primi otto mesi del 2026, il deficit commerciale è diminuito del 19,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, pari a 138,2 miliardi di dollari in meno. Questo dato va però letto alla luce di quanto accaduto nel 2025, quando molte imprese avevano anticipato gli acquisti dall’estero in vista dei dazi annunciati dall’amministrazione Trump. A marzo, il deficit commerciale aveva raggiunto il record di 140,5 miliardi di dollari. Il calo registrato nel 2026 si confronta quindi con un 2025 eccezionale, che contribuisce a rendere la riduzione meno marcata di quanto possa apparire a prima vista.
Ma come spieghiamo il peggioramento di agosto?

Fonte del grafico: U.S. Bureau of Economic Analysis (BEA), U.S. International Trade in Goods and Services, Agosto 2026, comunicato del 6 ottobre 2026.
Le esportazioni sono cresciute dell’1,4%, raggiungendo 315,2 miliardi di dollari. Le importazioni, però, sono aumentate del 4,3%, arrivando a 420,8 miliardi.
La differenza si gioca soprattutto nei beni: il relativo disavanzo è salito a 136,6 miliardi, mentre i servizi hanno mantenuto un avanzo di 31 miliardi.
Ma un deficit commerciale così elevato significa automaticamente un dollaro più debole?
Non proprio.
Gli Stati Uniti acquistano beni e servizi dall’estero, ma attraggono anche capitali internazionali, investiti nei loro mercati finanziari: dalle azioni delle grandi società tecnologiche fino ai titoli del Tesoro.

A luglio 2026, gli investitori esteri detenevano circa 7.719 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi a lungo termine. Un dato che testimonia la dimensione della domanda internazionale di debito americano, nonostante una flessione rispetto ai mesi precedenti. Il valore complessivo è calcolato ai prezzi di mercato: la diminuzione può quindi riflettere anche variazioni delle quotazioni dei titoli, senza implicare necessariamente una riduzione degli acquisti.
La domanda di attività finanziarie statunitensi contribuisce a sostenere il ruolo internazionale del dollaro, anche in presenza di uno squilibrio commerciale.

Il DXY misura il valore del dollaro rispetto a un paniere di sei valute principali: euro, yen, sterlina britannica, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero. Il suo andamento offre un’indicazione della forza della valuta, complementare ai dati commerciali e finanziari: una discesa dell’indice segnala un indebolimento del dollaro rispetto al paniere, mentre una salita indica un rafforzamento.
Questo non significa che il rischio valutario sia inesistente. Se gli investitori perdessero fiducia nell’economia americana o riducessero la propria esposizione alle attività in dollari, la valuta potrebbe indebolirsi. Ma il solo dato commerciale non basta a dimostrare che questo scenario sia imminente.
Cosa ci portiamo a casa da tutta questa analisi?
Il deficit commerciale merita attenzione, ma non va interpretato in maniera isolata. La riduzione registrata nei primi otto mesi dell’anno e la persistente domanda internazionale di titoli americani sono elementi da considerare insieme, senza trascurare i segnali di peggioramento più recenti.
Per chi investe sui mercati internazionali, la questione non riguarda soltanto l’andamento dell’economia americana, ma anche l’esposizione valutaria del proprio portafoglio.
Hai verificato quanto un eventuale indebolimento del dollaro potrebbe incidere sui tuoi investimenti? Analizzare l’esposizione valutaria è un passaggio importante per capire quali rischi si stanno assumendo e se sono coerenti con i propri obiettivi.
AVVERTENZE
i dati citati in questo articolo sono riferiti al commercio estero degli Stati Uniti di agosto 2026 e ai titoli del Tesoro detenuti da investitori esteri a luglio 2026, e possono essere rivisti dagli enti che li pubblicano. L’andamento dei cambi dipende da molti fattori e non è prevedibile: i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Le considerazioni esposte hanno finalità informative e non sono raccomandazioni personalizzate: ogni scelta di investimento va valutata sul profilo di rischio, sull’orizzonte temporale e sugli obiettivi personali.
A cura di Nicolò Porta, Consulente Finanziario Indipendente iscritto all’Albo OCF con matricola: 637732
